καρχήσιος
Il radicale di questo termine tecnico, di etimologia sconosciuta e forse di origine pre-greca, è molto probabilmente frutto di un prestito linguistico. Cfr. Chantraine 1928, 3; Chantraine, DELG, 1.502, s.v. κ; Beekes, van Beek, EDG, 652, s.v. κ.
La variante καρχάσιον, ου, τό conta due attestazioni letterarie: Sapph. fr. 141.6-8 L.-P./V. = 141.5-7 Neri, che adopera il termine in riferimento a una tipologia di coppa per bere (vd. infra, ‘Trattazione’, b); Pind. Nem. 5.50-1, dove questo appare nella sua specifica accezione marinaresca di «cima dell’albero maestro» (εἰ δὲ Θεμίστιον ἵκεις / ὥστ’ ἀείδειν, μηκέτι ῥίγει· δίδοι / φωνάν, ἀνὰ δ’ ἱστία τεῖνον / πρὸς ζυγὸν καρχασίου). Per un commento al passo pindarico, cfr. Cannatà Fera 2020, 405. Per quanto suggestiva, risulta infondata l’ipotesi di Bury (1890, ad loc.) di associare l’immagine della sommità dell’albero a cui è attaccata la vela a un gioco etimologico sul nome di Temistio (cfr. Fearn 2017, 47 e n. 101; Cannatà Fera 2020, 405). Per un’associazione in senso lato dell’ingegno poetico all’ambito navale nella poesia di Pindaro, cfr. Pind. Pyth. 1.91-2, 2.62-3, 10.51-2, 11.38-44; Nem. 3. 26-7, 4.69-71. Cfr. a tal proposito anche Pind. Ol. 13.49 ἵδιος ἐν κοινῷ σταλείς, in cui l’accezione semantica marinaresca dell’immagine («io, privato cittadino inviato su pubblica nave»: Boeckh 1811-21, 2.2.217; Gildersleeve 18902, 233; Péron 1974, 36-7; Ferrari 1998, 193 n. 26; Peri 2021, 68), oltre a essere confermata dall’invito al termine dell’ode ad «approdare con piedi leggeri» (Ol. 13.114), risalta anche in connessione semantico-lessicale con Nem. 6.32 ναυστολέοντες (cfr. Hornblower 2007, 296; Spelman 2018, 247sgg.; Cannatà Fera 2020, 421).
Da un’altra specifica accezione semantica di κ come «gabbia su cui passano le corde in un congegno di torsione» (vd. infra, ‘Trattazione’, c) deriva il sostantivo maschile καρχήσιος, ου, ὁ, usato in ambito marinaresco con il significato di «drizza» (la cima, spesso composta con un paranco, che serve per issare/ammainare pennone e vela), e in ambito medico come «corda/spago» per operazioni chirurgiche (in forma semplice, ἁπλοῦς, o doppia, διπλοῦς: Gal. 18a.351 Kühn διπλοῦς καρχήσιος; Oribasius Collectiones Medicae 47.4.25, 48.9-12, 48.17, dove sono attestate entrambe le tipologie di spago ad uso chirurgico e fornite istruzioni su come ricavare la doppia dalla semplice (πῶς ἐκ τοῦ ἁπλοῦ διπλοῦς πλέκεται καρχήσιος, 48.11). Sul primo significato di κ e la stretta associazione delle varianti maschile e neutra del sostantivo, così come delle sue due accezioni semantiche di tipo medico e marinaresco, cfr. Gal. CMG 5.13.1 Perilli (Galeni vocum Hippocratis glossarium), κ12, s.v. κ (vd. infra, ‘Attestazioni lessicografiche’).
a. κ come/in lemma: Gal. CMG 5.13.1 Perilli, κ12, s.v. κ· τὸ ἐπ’ ἄκρῳ τῷ ἱστῷ, ἔχει δὲ τροχιλίαν· καὶ καρχήσιοι, οἱ ἀπ’ αὐτοῦ τεταμένοι κάλοι; Hsch. κ949, s.v. κ· εἶδος ποτηρίου. καὶ τὸ ἐπικείμενον τῶν ἱστῶν ξύλον· καὶ ἐργαλεῖον τεκτονικὸν δελτοειδές; Hsch. κ950, s.v. *καρχήσια· τὰ κέρατα τὰ ἐπάνω τῶν καταρτίων τῶν πλοίων [Eur. Hec. 1261] καὶ τὰ ἄκρα τῶν ἱστῶν; Anon. Lex. κ87 = Phot. Lex. κ216 = Lex. Seguer. κ268 = Zonar. Lex. κ1160, s.v. κ· τὸ ἄκρον τοῦ ἱστοῦ; schol. Pind. Nem. 5.94a-d, s.v. ἀνὰ δ’ ἱστία τεῖνον πρὸς ζυγὸν καρχασίου· (94a) καρχήσιον τὸ ἀνώτατον τῆς κεραίας. τούτῳ τὸ ἱστίον προσανατείνουσιν, ὅταν θέλωσι δαψιλεῖ τῷ ἀνέμῳ χρῆσθαι οὐριοδρομοῦντες. (94b) καὶ πύκτην οὖν αὐτὸν ὕμνει καὶ παγκρατιαστὴν, διπλόαν νικῶντα ἀρετὴν ἐν Ἐπιδαύρῳ, ὡς διττὰ Ἀσκληπιεῖα νενικηκότος αὐτοῦ ἢ ὡς δύο στεφάνους εἰληφότος ἑνὶ ἀγῶνι πυγμῆς καὶ παγκρατίου. ταῦτα δὲ ἐπὶ τοῦ Θεμιστίου λέγει. (94c) ἢ οὕτω· ζυγὸν καρχησίου λέγει τὴν σύνδεσιν καὶ τὸ ἄκρον τοῦ καρχησίου, περιφραστικῶς δὲ αὐτὸ τὸ καρχήσιον. (94d) ἢ καρχήσιόν φησι τὸ ἄκρον τοῦ ἱστοῦ· καρχήσιον γὰρ, ἐν ᾧ τὸν ἱμάντα ἐνείρουσι. θαύμαζε οὖν, φησίν, αὐτὸν οὕτω μεγαλοφώνως καὶ θαρρούντως, ὥσπερ οἱ πλέοντες ἐπὶ πνεύματος οὐρίου· εἰς ἄκρον τὸ καρχήσιον ζυγώσας τὸ κέρας, οὕτω διόλου ἐκπέτασον τὸ ἄρμενον. ἀλληγορῶν δὲ ἐνδείκνυται τὴν περιουσίαν τῶν θαυμάτων; schol. Eur. Hec. 1261, s.v. καρχήσια: τὰ ἄκρα τοῦ ἱστοῦ. † τοῦ κέρατος τῶν πλοίων τῶν κεραταρίων τροχαλίων τοῦ ἱστοῦ; schol. rec. Eur. Hec. 1261, s.v. καρχησίων· τῶν ἀνωτάτω τοῦ ἱστοῦ ἤτοι τοῦ κέρατος τροχαλίων […] καρχήσια τὰ ἄκρα τοῦ ἱστοῦ τοῦ κέρατος τῶν πλοίων, τῶν κεραταρίων τροχαλίων τοῦ ἱστοῦ. καρχήσια τὰ καλλωπίσματα τῆς νηός.
b. κ come/in interpretamentum: Gal. CMG 5.13.1 Perilli, κ12, s.v. κ (vd. supra); Suda κ2678, s.v. Κυματωγή. Ἀγαθίας· νῆες φορτίδες μεγάλαι πρὸς τῇ κυματωγῇ τῆς θαλάττης καὶ ταῖς ἐκβολαῖς τοῦ Φάσιδος ἐφορμοῦσαι μετεώρους εἶχον τὰς ἀκάτους, καὶ ἀμφ’ αὐτὰ ἤδη που τὰ καρχήσια τῶν ἱστῶν ἀνιμηθείσας. οἱ δὲ ἐπορεύοντο τὴν αὐτὴν τῷ ποταμῷ διὰ τῆς κυματωγῆς βρέχοντες τοὺς πόδας, ὅπου μηδὲ ἴχνος ἔμελλε συμβαίνειν; schol. Eur. Hec. 1259, s.v. † ἀλλ’ οὐ τάχ’ ἡνίκ’ ἄν σε ποντία νοτίς· […] καί φησι Πολυμήστωρ ὡς οὐκ ἔστι τοῦτο, ἀλλ’ οὐ χαρήσῃ, ὅταν σε κρύψῃ ἡ ποντία νοτίς, δηλονότι ἡ θάλασσα, πεσοῦσαν ἐκ καρχησίων […]; schol. Od. 2.425c1, s.v. προτόνοισι· τοῖς ἀπὸ τοῦ καρχησίου εἰς πρώραν καὶ πρύμναν διατείνουσι κάλοις; schol. Luc. 73.5, s.v. τὸ παράσειον*] τὸ καρχήσιον; schol. Pind. Nem. 5.94a (vd. supra); schol. Pind. Nem. 5.94c, s.v. ἢ οὕτω· ζυγὸν καρχησίου λέγει τὴν σύνδεσιν καὶ τὸ ἄκρον τοῦ καρχησίου, περιφραστικῶς δὲ αὐτὸ τὸ καρχήσιον; schol. Ap. Rhod. Argon. 1.564-67b, s.v. ἠλακάτη· τὸ τοῦ ἱστοῦ λεπτότατον καὶ ἀνώτατον, ὑπὲρ ὅ ἐστι τὸ καρχήσιον. ἕως οὖν, φησί, τοῦ ἄκρου τοῦ ἱστοῦ ἀνείλκυσαν τὰ ἄρμενα; schol. Ap. Rhod. Argon. 1.564-67c, s.v. ἐπ’ ἰκριόφιν· τὸ ἴκριον τοῦ ἱστοῦ μέρος. φησὶ δὲ Ἐρατοσθένης ἐν τῷ Ἀρχιτεκτονικῷ (Eratosth. fr. 60 Strecker / 22 Bagordo / 2 Broggiato-Grimaldi)· ‘ἱστός· πτέρνη, καρχήσιον, θωράκιον, ἠλακάτη, κεραία, ἴκριον’. βέλτιον δὲ νοεῖν ἴκριον τὴν καλουμένην κεραίαν, ἧς τὰ ἄκρα ἀκροκέραια. κάλωες δέ, δι’ ὧν στέλλεται τὸ ἱστίον, διὰ κρίκων διειλημμένοι. τούτων δὲ οἱ κάλοι, οἷς κατάγεται τὸ ἱστίον, μέσουροι λέγονται, οἱ δὲ ἑλκόμενοι εἰς πρώραν <καὶ πρύμναν> ἐξ ἑκατέρου μέρους τοῦ ἱστοῦ πρότονοι, οἱ δὲ κατὰ τὰς γωνίας πόδες· ἑξῆς τούτων πρόποδες, μεθ’ οὕς εἰσιν οἱ τέρθριοι λεγόμενοι, εἶτα μέσοι. ἠλακάτη δὲ τὸ ἀνώτατον τοῦ ἱστοῦ μέρος, ὥς φησιν Ἐρατοσθένης.
a. Il termine κ è adoperato in ambito marinaresco in riferimento al calcese (dal latino carchesium), cioè la parte superiore e leggermente rigonfia dell’albero della nave in cui si trova la puleggia (o più di una: cfr. Beltrame, Medas 2021, 40) adibita al passaggio della drizza per sollevare/abbassare il pennone (a cui è legata la vela quadra) o l’antenna (a cui è legata la vela latina). Con questa funzione, il calcese poteva essere parte integrante dell’albero, o essere inserito come elemento aggiunto sulla testa dell’albero stesso. Per una recente ed esaustiva discussione su morfologia e funzioni del calcese nell’antichità, con particolare attenzione alla documentazione archeologica e iconografica (per lo più tardoantica e medievale), cfr. Beltrame, Medas 2021. Cfr. anche Casson 1971, 233; Lendle 1996, 85-101; Broggiato in Broggiato, Grimaldi 2023, 20-2.
La prima attestazione letteraria di κ è data dal passo sopra citato della Nemea 5 di Pindaro, nella variante καρχάσιον (Pind. Nem. 5.50-1: vd. supra, ‘Termini linguisticamente connessi’). Quindi, sempre in sede poetica, il termine compare in un passo dell’esodo dell’Ecuba di Euripide, in cui il re di Tracia Polimestore, accecato da Ecuba come ritorsione per la vile uccisione del figlio Polidoro, dopo che gli è stata negata da Agamennone e i Greci soddisfazione per il torto subito, predice nel corso di una serrata sticomitia prima ad Ecuba, e poi ad Agamennone, la loro futura sorte: Ecuba sarà inghiottita dall’acqua del mare durante la traversata verso la Grecia, caduta dalla sommità dell’albero della nave (Hec. 1259-61 ἀλλ’ οὐ τάχ’, ἡνίκ’ ἄν σε ποντία νοτίς […] κρύψῃ μὲν οὖν πεσοῦσαν ἐκ καρχησίων) dopo esservi montata di propria spontanea volontà (αὐτὴ πρὸς ἰστὸν ναὸς ἀμβήσῃ ποδί, 1263), per poi trasformarsi in «cagna dagli occhi di fuoco» (1265). È plausibile che la mostruosa metamorfosi di Ecuba, non attestata con certezza prima di Euripide (cfr. Eur. fr. 65h K.) e probabilmente sorta da un’associazione con la dea Ecate (cfr. Mossmann 1995; Gregory 1999; Battezzato 2010, 43 e 296 n. 114; Franco 2014, 108-18), fosse posteriore alla sua salita sull’albero, verificandosi così durante o al termine della caduta in mare: cfr. Burnett 1994, 152 n. 8.
Con questo significato κ conta un’occorrenza nel trattato (pseudo-)ippocrateo Sulle articolazioni (Hippoc. Art. 43), in cui si forniscono istruzioni sulle modalità di sollevamento e calo di una scala o altri oggetti da un sostegno sopraelevato su cui possono alloggiare individui addetti a tali operazioni: una torre elevata, il frontone di una casa, o il calcese dell’albero di una nave (Ἀπὸ μέντοι τύρσιος ἀφιεὶς ἢ ἀπὸ ἱστοῦ καταπεπηγότος καρχήσιον ἔχοντος, ἔτι κάλλιον ἄν τις σκευάσαιτο, ὥστε ἀπὸ τροχιλίης τὰ χαλώμενα εἶναι ὅπλα, ἢ ἀπὸ ὄνου). Il passo ippocrateo propone una sfumata distinzione semantico-lessicale tra la vela (ἱστός), il ripiano sulla cima dell’albero adibito ad ospitare la presenza di vedette o marinai che possano manovrare argani (κ), e i congegni stessi usati per operazioni di sollevamento e scarico (τροχιλίη, ὄνος). Il passo ippocrateo è ripreso e commentato in epoca più tarda da Apollonio di Cizio (Apollonius CMG 11.1.1.15 Kollesch-Kudlien) e Galeno (Gal. 18a.522 Kühn τοὺς δὲ κατὰ τὴν ἄνω τελευτὴν τοῦ ἱστοῦ κάλους ὀνομάζουσι καρχησίους).
Un caso interessante di attestazione del termine è rappresentato da un epigramma di III secolo a.C., tramandato da Ateneo e attribuito a un altrimenti ignoto Archimelo (Ath. 5.209c = Anth. Pal. App. 3.82 = Suppl. Hell. 202), composto per l’inaugurazione della maestosa nave Siracusia, fatta realizzare attorno al 240 a.C. su progetto di Archimede dal tiranno Ierone II come dono per il re Tolomeo III di Egitto (cfr. Hardie 1983, 130, per l’ipotesi alternativa dell’arrivo della nave a destinazione come occasione dell’epigramma). Poco prima della citazione dell’epigramma, Ateneo riporta una lunga ecfrasi della Siracusia attribuita a Moschione (Ath. 5.206d), identificabile forse con il Mosco autore dei Μηχανικά (Ath. 14.634b): cfr. Cambiano 1996; Porro 1999, 132-4, che discute la possibilità di identificare Mosco meccanico con l’omonimo poeta e grammatico siracusano; Barbera 2019. Al culmine di un elaborato processo descrittivo, avviato da una serie di incalzanti domande retoriche (Suppl. Hell. 202.1sgg.), il poeta afferma che «sicuramente i Giganti l’hanno fabbricata per raggiungere i sentieri del cielo (ἦ ῥα Γίγαντες / τοῦτο πρὸς οὐρανίας ἔξεσαν ἀτραπιτούς, 7-8): le sommità dei suoi alberi toccano le stelle, e nasconde le sue tre coffe nelle possenti nuvole» (Ἄστρων γὰρ ψαύει καρχήσια καὶ τριελίκτους / θώρακας μεγάλων ἐντὸς ἔχει νεφέων, 9-10). Per un recente ed esaustivo commento all’epigramma, con particolare attenzione alle sue peculiarità estetico-letterarie e al suo rapporto con la tradizione dell’epigramma ecfrastico, cfr. Gramps 2019, 177-82. In questo caso, la sfumata distinzione semantico-lessicale tra κ, qui traducibile con il significato ampio di «sommità dell’albero», e θώραξ*, che designa più nello specifico la coffa in quanto parte integrante della sommità, sortisce un suggestivo effetto di focalizzazione visiva e descrittiva, al culmine di un innalzamento progressivo dello sguardo messo in atto dallo sviluppo dell’ecfrasi poetica. Tale effetto di intensificazione della precisione nel dettaglio è acuito dall’epiteto τριελίκτους associato a θώρακας (messo ulteriormente in evidenza tramite enjambement): il significato generico di τριέλικτος come «a tre spire» (LSJ s.v. τριέλικτος: «thrice coiled») è qui circoscritto alla più specifica valenza numerale di «triplice/tre», in riferimento al preciso numero di alberi della nave. Ad ogni modo, l’uso di tale epiteto si satura di un’implicita valenza evocativa, nella misura in cui, oltre a specificare il numero effettivo delle coffe, ne suggerisce in qualche modo la conformazione oblunga e sinusoidale, che dalla base si restringe lievemente in corrispondenza del centro per poi espandersi nuovamente in corrispondenza dell’orlo superiore: una forma emulata dalla tipologia di coppa per il simposio nota per l’appunto come κ (vd. infra, b).
Per quanto suggestiva, non sembra necessaria la correzione del nome Archimelo in Archimede (ipotesi di Brunck 1772-6; cfr. in breve Höschele 2018, 206), sotto il cui nome è tramandato un epigramma dell’Antologia Palatina (Anth. Pal. 7.50 = Suppl. Hell. 201), e che andrebbe a creare una sorprendente coincidenza con il celebre ingegnere siracusano, il quale, per l’appunto, visse a Siracusa proprio al tempo di Ierone II e fu il progettista della nave. Lloyd-Jones e Parsons (1983, 77-8) riportano Anth. Pal. 7.50 sotto la titolatura «Archimedes Syracusanus?» (Suppl. Hell. 201), e citano subito a seguire l’epigramma di Archimelo (Suppl. Hell. 202). Contrariamente a questa ipotesi, Page (1981, 21-6) sostiene l’ipotesi dell’inesistenza del fantomatico Archimelo, e colloca il Moschione citato da Ateneo in età imperiale. Già Torr 1894, 25sgg., ipotizzava il carattere fittizio della descrizione della nave di Ierone, e forniva una collocazione cronologica dell’epigramma in età giulio-claudia (I sec. d.C.), al tempo dell’imperatore Caligola. Ad ogni modo, questa ipotesi di datazione tarda dell’epigramma di Archimelo e dell’ecfrasi di Moschione è respinta da Casson 1971, 185 e Duncan-Jones 1977, 331sgg., per via della compatibilità delle testimonianze citate con le tecniche di costruzione navale effettivamente attestate in età ellenistica: cfr. a tal proposito anche Meijer-Wegener Sleeswyk 1996; Lehmler 2005, 210-32; Castagnino Berlinghieri 2010; Vacanti 2012, 96-102. Per una recente discussione su identità e opera di Archimelo, cfr. Olson 2017.
Uno scolio antico a un passo delle Argonautiche di Apollonio Rodio (schol. Ap. Rhod. Argon. 1.564-7, s.v. ἐπ’ ἰκριόφιν), a sostegno dell’interpretazione di ἴκριον come parte della vela della nave, conserva una lista di componenti di essa fornita da Eratostene di Cirene (Eratosth. fr. 22 Bagordo / 2 Broggiato-Grimaldi), tra i quali figura per l’appunto anche κ (ἱστός· πτέρνη, καρχήσιον, θωράκιον, ἠλακάτη, κεραία, ἴκριον): vd. supra, ‘Attestazioni lessicografiche’. Sul possibile utilizzo della lista lessicale di Eratostene, in questa forma o in una versione originale più estesa, nella discussione sul tipo di coppa noto come κ nel trattato Sulla coppa di Nestore di Asclepiade di Mirlea (Asclepiades [4] fr. 6 Pagani: vd. infra, b), cfr. Pagani 2007, 201; Broggiato in Broggiato, Grimaldi 2023, 21-2.
Attestazioni più tarde dell’accezione navale di κ si trovano in opere e autori di II secolo d.C. Nella Vita di Temistocle, Plutarco racconta di un fausto presagio verificatosi nell’imminenza della battaglia di Salamina, per cui una civetta (animale totemico di Atena) si sarebbe posata sulla cima dell’albero della nave di Temistocle al termine di suo discorso di incitamento agli Ateniesi (Them. 12.1). Una seconda attestazione si trova in Polluce (Poll. Onom. 10.134), dove viene semplicemente data la definizione del termine (ὀρθίαξ δὲ τὸ κάτω τοῦ ἱστοῦ καλεῖται, ὡς τὸ ἄνω κ). Quindi, due passi lucianei, Lucian De mercede conductis potentium familiaribus 1 e Navigium 9, menzionano parimenti κ nell’ambito della descrizione dell’azione propiziatoria/salvifica di divinità apparse su una nave. Nel primo passo è descritta l’apparizione, nell’ambito di una rappresentazione tragica, di un non specificato deus ex machina «seduto sulla cima dell’albero o in piedi presso il timone» (ἐπὶ τῷ καρχησίῳ καθεζόμενον ἢ πρὸς τοῖς πηδαλίοις ἑστῶτα); nel secondo, per intercessione degli dèi, uno dei Dioscuri si posa sotto forma di astro splendente sulla sommità dell’albero di una nave, guidandola verso il mare aperto lontano da una scogliera contro cui questa era sul punto di infrangersi (ἀλλὰ πρὸς τὴν οἰμωγὴν αὐτῶν ἐπικλασθέντας τοὺς θεοὺς πῦρ τε ἀναδεῖξαι ἀπὸ τῆς Λυκίας, ὡς γνωρίσαι τὸν τόπον ἐκεῖνον, καί τινα λαμπρὸν ἀστέρα Διοσκούρων τὸν ἕτερον ἐπικαθίσαι τῷ καρχησίῳ καὶ κατευθῦναι τὴν ναῦν ἐπὶ τὰ λαιὰ ἐς τὸ πέλαγος ἤδη τῷ κρημνῷ προσφερομένην). A queste occorrenze si aggiunge un passo dell’opera pseudo-lucianea Amores, in cui si descrive l’aggancio della punta superiore della vela al calcese dell’albero (Lucian Amores 6 τὸν ἱστὸν ἐκ τῶν μεσοκοίλων ἄραντες καρχησίῳ τὸ κέρας προσεστείλαμεν).
b. κ è usato anche per definire una specifica tipologia di coppa per bere (Poll. Onom. 1.191, 6.95). Secondo la descrizione fornita da Callisseno di Rodi (Callixeinus FGrHist 627 F 3 = Ath. 11.474e), κ presenta una forma allungata e leggermente ristretta al centro, con manici che si estendono fino al fondo, senza dunque lo stacco di una base a stelo. Diversamente, in un trattato dedicato alla coppa di Nestore descritta in Il. 11.632-7, il grammatico ellenistico Asclepiade di Mirlea (II-I sec. a.C.: cfr. Pagani 2004, Pagani 2007, Pagani 2015) menziona κ come esempio di vaso avente una base naturale e una applicata: Asclepiades (4) fr. 5 Pagani = Ath. 11.488f τινὰ δὲ δύο («alcuni vasi hanno due basi»), ὥσπερ τὰ ᾠοσκύφια καὶ τὰ κανθάρια καὶ τὰς Σελευκίδας καὶ τὰ καρχήσια καὶ τὰ τούτοις ὅμοια. Per conciliare le due testimonianze, alcuni studiosi ritengono che la conformazione del vaso con base a stelo sia l’esito di un processo evolutivo avvenuto fra III (Callisseno) e I secolo a.C. (Asclepiade): cfr. Love 1964, 209sgg.; Cherubina in Canfora et al. 2001, II, 1172 n. 2, contro l’identificazione di κ con una tipologia di κάνθαρος (per l’appunto, un vaso con base a stelo) diffusa presso i critici moderni (cfr. Boardman 1979); Berardi 2022b, 107-8 n. 41. Cfr. Olson 2022, 131, sul problema posto dalla presenza di testimonianze contraddittorie nel resoconto di Ateneo.
La prima attestazione letteraria di κ come coppa si trova in Sapph. fr. 141.6-8 V./ 141.5-7 Neri (vd. supra, ‘Termini linguisticamente connessi’), in cui i commensali di un banchetto matrimoniale, coppe alla mano, brindano alla salute dello sposo (κῆνοι δ’ ἄρα πάντες / καρχάσι’ ἦχον / κἄλειβον· ἀράσαντο δὲ πάμπαν ἔσλα / τὼι γάμβρω). Gli storiografi Ferecide di Siro (Pherec. FGrHist 3 F 13), Caronte di Lampsaco (Charon [2] FGrHist 262 F 2), e Erodoro di Eraclea (Herodorus FGrHist 31 F 16), rammentano una coppa donata ad Alcmena da Zeus sotto le mentite spoglie di Anfitrione (Ath. 11.474e ἀρχαιότατον δ ̓ ἐστὶ ποτήριον τὸ καρχήσιον, εἴ γε ὁ Ζεὺς ὁμιλήσας Ἀλκμήνῃ ἔδωκε δῶρον αὐτὸ τῆς μίξεως, ὡς Φερεκύδης ἐν τῇ δευτέρᾳ ἱστορεῖ καὶ Ἡρόδωρος ὁ Ἡρακλεώτης). In un frammento dai Tiri di Sofocle viene descritto l’accostarsi di serpenti «a una tavola imbandita, attorno alle vivande e alle coppe» (Soph. fr. 660 R.2 προσβῆναι μέσην / τράπεζαν ἀμφὶ σῖτα καὶ καρχήσια). Quindi, un passo della perduta commedia Dionisalessandro di Cratino evoca un dialogo fra due interlocutori in cui, in risposta a una domanda del primo parlante circa l’abbigliamento di un terzo personaggio, viene elencata dal secondo una serie di attributi che permettono di identificarlo come il dio Dioniso (Cratinus fr. 40 PCG [A] στολὴν δὲ δὴ τίν ̓ εἶχεν; τοῦτό μοι φράσον. / [B] θύρσον, κροκωτόν, ποικίλον, καρχήσιον): cfr. Kassel, Austin 1983, 142; Bianchi 2016, 248; Berardi 2022b, 107-8 n. 41. Sempre in ambito comico, κ appare in un frammento della Criside di Antifane (Antiphanes fr. 223 PCG), nel contesto di un dialogo fra due interlocutori in cui il primo parlante, descrivendo la figura di uno sposo molto facoltoso (non sono chiari il contesto e il motivo della menzione), si lancia in un iperbolico elenco di beni e proprietà di lusso, degne della «ricchezza di un satrapo»: A. σατραποπλούτῳ δ’, ὡς λέγουσι, νυμφίῳ, / κεκτημένῳ τάλαντα, παῖδας, ἐπιτρόπους, / ζεύγη, καμήλους, στρώματ’, ἀργυρώματα, / φιάλας, τριήρεις, τραγελάφους, καρχήσια, / γαυλοὺς ὁλοχρύσους – Β. πλοῖα; – Α. τοὺς κάδους μὲν οὖν / καλοῦσι γαυλοὺς πάντες οἱ προγάστορες. Cfr. Olson 2021, 128-31, per un recente commento al frammento in questione.
Tutte queste occorrenze letterarie, eccetto Caronte, sono citate da Ateneo nell’ambito di un excursus descrittivo su questo specifico tipo di coppa (Ath. 11.474d-475e), a sua volta inscritto all’interno di una più ampia discussione sulle forme vascolari che occupa l’intero libro 11 dei Deipnosofisti. Lo stesso passo di Ateneo riporta l’opinione espressa da Asclepiade di Mirlea (vd. supra), secondo cui la denominazione di questa specifica forma di coppa sarebbe derivata proprio dal nome della sommità dell’albero della nave, e più nello specifico dalla conformazione analoga della coffa, la cui base e cima, sporgendosi leggermente verso l’esterno, finiscono per conferire un tracciato concavo alla sua forma squadrata e compatta: Asclepiades (4) fr. 6 Pagani = Ath. 11.474f Ἀσκληπιάδης δ ̓ ὁ Μυρλεανὸς κεκλῆσθαί φησιν αὐτὸ ἀπό τινος τῶν ἐν τῇ νηὶ κατασκευασμάτων. τοῦ γὰρ ἱστοῦ τὸ μὲν κατωτάτω πτέρνα καλεῖται, ᾗ ἐμπίπτει εἰς τὴν ληνόν, τὸ δ’ οἷον εἰς μέσον τράχηλος, τὸ δὲ πρὸς τῷ τέλει καρχήσιον. ἔχει δὲ τοῦτο κεραίας ἄνωθεν νευούσας ἐφ’ ἑκάτερα τὰ μέρη, καὶ ἐπίκειται τὸ λεγόμενον αὐτῷ θωράκιον, τετράγωνον πάντῃ πλὴν τῆς βάσεως καὶ τῆς κορυφῆς· αὗται δὲ προὔχουσι μικρὸν ἐπ’ εὐθείας ἐξωτέρω. ἐπὶ δὲ τοῦ θωρακίου εἰς ὕψος ἀνήκουσα καὶ ὀξεῖα γιγνομένη ἐστὶν ἡ λεγομένη ἠλακάτη. La discussione di Asclepiade, probabilmente basata su Eratostene di Cirene nella descrizione delle parti dell’albero della nave (vd. supra, a), costituisce a sua volta una fonte per Polluce (Poll. Onom. 1.191), Macrobio (Macr. Sat. 5.21.5) e Eustazio (Eust. Od. 1423.13-17, ad Od. 1.358): cfr. Broggiato in Broggiato, Grimaldi 2023, 22. Su κ nell’Onomasticon, in aggiunta a 1.191 e 10.134 (vd. supra, ‘Trattazione’, a), cfr. anche Onom. 6.95.
Contro Asclepiade, gli studi etimologici moderni (Chantraine, DELG, s.v. κ; Beekes, van Beek, EDG, 652, s.v. κ) tendono a sostenere la priorità dell’accezione vascolare di κ, a partire dalla quale il termine si sarebbe poi esteso per analogia all’ambito navale. A sostegno di questa ipotesi, Berardi 2022b adduce la recenziorità dell’attestazione dell’uso marinaresco di κ nelle fonti letterarie in nostro possesso (Pind. Nem. 5.50-1, contro la prima occorrenza di κ come coppa in Sapph. fr. 141.6 V. / 141.5 Neri). Al di là dell’efficacia probatoria dell’argomento cronologico relativo ai passi di Saffo e di Pindaro, l’attestazione di altri termini in cui dall’ambito navale si passa per analogia a quello vascolare (e.g. ἄκατος*) rende del tutto plausibile anche per il caso di κ la validità di un simile estensione semantica, la quale risulta peraltro effettivamente attestata in testimonianze antiche (Asclepiade). A prescindere dalla questione della priorità cronologica dei due significati, resta come dato di fatto la consapevolezza da parte degli antichi di una stretta associazione fra i due ambiti, marittimo e vascolare. Tale percezione è attestata da un frammento del poeta comico Epicrate (Epicrates fr. 10 PCG), sempre tramandato da Ateneo nella sua digressione su κ, in cui il termine è primariamente riferito alla coppa nel contesto di una scena simposiale, ma allude implicitamente per analogia all’ambito navale, anche per via dell’occorrenza congiunta di altri termini aventi la medesima duplicità di significato (e.g. ἀκάτιον*): κατάβαλλε τἀκάτια, καὶ κυλίκια / αἴρου τὰ μείζω, κεὐθὺ τοῦ καρχησίου / ἄνελκε τὴν γραῦν, τὴν νέαν τ’ ἐπουρίσας / πλήρωσον, εὐτρεπῆ τε τὸν κοντὸν ποιοῦ / καὶ τοὺς κάλως ἔκλυε καὶ γάλα πόδα.
Un’altra occorrenza di κ in Ateneo, al di fuori del libro 11 dei Deipnosofisti, è data dalla descrizione di una specifica variante del cottabo (ἐν λεκάνῃ) in Ath. 15.667e-668a: i partecipanti al gioco devono affondare delle scodelle vuote galleggianti in una bacinella piena d’acqua, colpendole con gocce di vino scagliate da καρχήσια (ἕτερον δ’ ἐστὶν εἶδος παιδιᾶς τῆς ἐν λεκάνῃ. αὕτη δ’ ὕδατος πληροῦται ἐπινεῖ τε ἐπ’ αὐτῆς ὀξύβαφα κενά, ἐφ’ ἃ βάλλοντες τὰς λατάγας ἐκ καρχησίων ἐπειρῶντο καταδύειν). La scelta di questa tipologia di coppette sembra dovuta al fatto che queste sarebbero state meno ingombranti da reggere, e meglio adattabili al dorso e polso della mano (il gesto tipico del gioco, con presa della coppa imperniata sull’indice della mano) per via della loro forma allungata e concava; inoltre, la maggiore apertura in corrispondenza dell’orlo avrebbe reso più agevole e precisa la traiettoria delle gocce. A questa attestazione si aggiunge un frammento del già menzionato Callisseno, dalla perduta opera storiografica Su Alessandria, citato da Ateneo nel quinto libro della sua opera (Callixeinus FGrHist 627 F 3 = Ath. 5.198c): nel contesto di un rito in onore di Tolomeo II Filadelfo, in associazione al culto di Dioniso, lo storiografo rodio descrive una statua votiva raffigurante il dio nell’atto di compiere una libagione con un κ tutto d’oro (ἄγαλμα Διονύσου δεκάπηχυ, σπένδον ἐκ καρχησίου χρυσοῦ, χιτῶνα πορφυροῦν ἔχον διάπεζον, καὶ ἐπ’ αὐτοῦ κροκωτὸν διαφανῆ). Ciò non vuol dire comunque che tale coppa fosse esclusivamente associata a Dioniso (vd. supra su Cratinus fr. 40 PCG), come attesta il mito stesso di Zeus e Alcmena (vd. supra): cfr. Berardi 2022b, 107-8 n. 41.
Un caso interessante e problematico di attestazione di κ con il significato di coppa consiste in un trimetro giambico, τί δ’ ἀσπίδι ξύνθημα καὶ καρχησίῳ; («cos’hanno in comune scudo e coppa?»), trasmesso nella sezione paremiografica di un manoscritto miscellaneo del XIII secolo (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 58.24: ed. pr. Cohn 1887), e stampato da Radt 20092 come frammento eschileo appartenente alla tragedia perduta Edoni (Aesch. fr. **61a R.2). Tale attribuzione è suggerita dalla sorprendente sintonia e continuità del frammento sul versante tematico, cioè la messa in dubbio della compatibilità di oggetti destinati a usi distinti (il verso è affiancato nel manoscritto dalla glossa παρόσον οὐ συμφωνεῖ), con un altro passo della medesima tragedia, a noi noto tramite una sua citazione e rielaborazione parodistica nelle Tesmoforiazuse di Aristofane (Ar. Thesm. 136-45), di cui Radt, con tutte le incertezze del caso, ha fornito una possibile versione originale (Aesch. fr. 61 R.2). L’ipotesi di Radt di appartenenza del verso agli Edoni, suggerita dalla continuità di tema e modulo interrogativo, è stata rifiutata da Kassel, Austin 1995 – che stampano il frammento come Com. adesp. fr. *831 PCG –, e su questa linea si colloca la recente analisi del frammento ad opera di Berardi 2022a e 2022b. Anche e soprattutto sulla base di un raffronto comparativo con una citazione di Ateneo da un trattato antisocratico del grammatico Erodico di Babilonia (Herodicus fr. 11.11-16 Broggiato = Ath. 5.215c-e τὶ γὰρ ἀσπίδι ξύνθημα καὶ βακτηρίᾳ), Berardi ritiene che il frammento possa essere «un’imitazione di quel peculiare modulo sintattico ad opera di un non meglio identificabile commediografo, il cui rephrasing parodico […] ebbe tanta fortuna da cristallizzarsi nella tradizione successiva come formula proverbiale» (Berardi 2022b, 101).
Con questa accezione semantica, κ conta anche una serie attestazioni epigrafiche, per lo più in riferimento a offerte votive: e.g. IG I3 339, l. 8, e 342, l. 13; IG II2 47, ll. 2-4; IG XII 265; IG XXII 47, l. 12 e 51, l. 25.
c. Come già anticipato (vd. supra, ‘Termini linguisticamente connessi’), a partire dall’associazione di κ con la puleggia sistemata sulla sommità dell’albero della nave, questo assume per estensione l’accezione semantica di «gabbia su cui passano le corde in un congegno di torsione»: cfr. Ph. Bel. 74.15 Thévenot; Heron Belopoeica 13-14 (4 occorrenze); Athenaeus (2) Mechanicus 35.5, 37.3. Una glossa di Esichio (Hsch. κ949, s.v. κ: vd. supra, ‘Attestazioni lessicografiche’) attesta anche il significato del termine come strumento triangolare adoperato in carpenteria (καὶ ἐργαλεῖον τεκτονικὸν δελτοειδές), di cui non si hanno però attestazioni letterarie.
Inoltre, sempre in ambito ingegneristico, l’uso di κ con il significato generale di «sommità» è attestato in un passo di Polibio in cui si descrive una serie di macchinari progettati da Archimede per contrastare l’assedio romano di Siracusa (Polyb. 8.5.8-11). Per distruggere le sambuche dei Romani, Archimede fa piazzare lungo le mura della città delle macchine nascoste che, al momento opportuno, si sporgono per un gran tratto al di sopra delle mura, sollevando pietre del peso di dieci talenti e blocchi di piombo. Quando le navi romane adibite al trasporto delle sambuche giungono in prossimità delle mura, le estremità (κ) delle macchine deputate all’alloggiamento dei proiettili sono ruotate in direzione del bersaglio tramite un sistema di scorrimento di corde, e per azione di una molla li scagliano contro il nemico (λοιπὸν ὅτε συνεγγίζοιεν αἱ σαμβῦκαι, τότε περιαγόμεναι καρχησίῳ πρὸς τὸ δέον αἱ κεραῖαι διά τινος σχαστηρίας ἠφίεσαν εἰς τὸ κατασκεύασμα τὸν λίθον), con un effetto devastante tanto per la sambuca colpita, quanto per l’intera nave e il suo equipaggio. Sul contributo di Archimede alla difesa di Siracusa, descritto anche in Liv. 24.34.4-7 (basato su Polibio) e Plut. Marc. 15.5-7, cfr. Mertens, Beste 2013; Beste, Mertens, Ortisi 2015, 294-7.
Un’altra valenza di significato di κ di tipo ingegneristico, e circoscritta all’ambito navale, è attestata nel De architectura di Vitruvio (Vitr. De arch. 10.2.10), dove il corrispettivo latino carchesium viene adoperato nel senso tecnico di «giunto, snodo, meccanismo di rotazione» su cui sono collocati i congegni adibiti al carico e scarico delle merci su e dalle navi: Harum machinationum omnium, quae supra sunt scriptae, rationes non modo ad has res, sed etiam ad onerandas et exonerandas naves sunt paratae, aliae erectae, aliae planae in carchesiis versatilibus conlocatae.
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